domenica 28 aprile 2019

....la spiga di grano mietuta in silenzio.

Natale, la Nascita della nuova Luce. a cura di Abraxas

 Natale, la Nascita della nuova Luce.  a cura di Abraxas
«Anche se Gesù fosse nato mille volte a Betlemme, ma non nel vostro cuore, sareste ugualmente perduti. In verità, la Parola eterna è sempre pronta a nascere…. Dove? In un’anima perduta in se stessa. Solo colui che è rinato in una vita totalmente nuova può varcare la porta della beatitudine. Oh uomo, domandi dove si trova il trono di Dio? Esso è là dove Dio rinasce in te… come suo Figlio. Se tu rinasci da Dio, cioè lo fai rinascere in te, tu esci da te ed Egli entra in te.» Angelus Silesius
“Quando il tuo tempo arrivò Tu nascesti nel mondo senza che vi fossero in Te anime di Arconti” (Dal Vangelo della “Pistis Sophia”)
È ritenuto ovvio, ormai da tempo, che dietro i semplici racconti evangelici si nascondono spesso i disegni dello Spirito che secondo linee di forza determinano processi evolutivi influenzando infine i futuri avvenimenti dell’umanità. Per questo è un errore pensare di circoscrivere il significato dei racconti alla loro semplice portata storica, ma occorre invece  estrapolarne, in chiave simbolica, l’essenza profonda dei racconti dai quali scaturisce il vero messaggio spirituale che rinnovandosi continuamente in ogni epoca rimangono semprechè attuali.
Il Natale, malgrado tutto, conserva un carattere speciale. Cos’è che gli dà questo carattere? Proprio in questo momento dell’anno la forza vitale del sole è al nadir, il suo punto più basso, la natura è come morta, certi animali sono in letargo, la vegetazione si è arrestata, le forze vitali della natura si sono ritirate e la terra attende il ritorno della luce che le ridarà Forza e Vita. Ebbene, è durante il silenzio e la morte apparente della natura che si manifestano più intensamente le forze spirituali,  che favoriscono in alcuni una contemplazione meditativa, in altri una gioia sfrenata, esuberante, e che spesso copre la debole voce interiore. Alcuni partecipano a riunioni di preghiera, ascoltano interminabili sermoni di Natale. Un effluvio di sentimentalismo cede il posto al vero desiderio del loro cuore di trovare il Figlio della Luce e sbarra, con una farragine di illusioni e di false speranze, il cammino che conduce a Lui. Il Natale è invece la Festa della Nascita, la Nascita della “Nuova Luce che non è di questo mondo”, e che muore dopo aver irradiato a tutti gli uomini: la Vita, l’Amore e la Saggezza. È la Luce dell’Eternità che si manifesta nello Spazio e nel Tempo. La nascita di Cristo non è un avvenimento incidentale ma un avvenimento che può e deve essere realizzato ogni giorno in ognuno di noi. La nascita della Luce deve ogni giorno di più aver luogo in noi. È con questa forza che noi possiamo percorrere il nostro cammino che và dalla grotta Betlemme (il cuore) fino al Golgotha, (il cranio:la testa) la nostra via dolorosa… Solo quando questo evento sarà una realtà, si potrà parlare di una vera celebrazione del Natale. E questa santa nascita della luce ha luogo una sola volta nella nostra vita.

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I Vangeli ci riferiscono tutto ciò con un linguaggio semplice e sereno narrando la nascita di questa Luce, attraverso la vita e le opere di Gesù, accompagnando la sua venuta con una stella scintillante a cinque punte che nella notte del mondo brilla sopra la grotta dei nostri oscuri cuori. “In quei giorni avvenne che uscì un editto di Cesare Augusto che ordinava il censimento di tutto l’impero. Questo primo censimento fu fatto mentre Quirino era governatore della Siria. E tutti andavano a farsi registrare ciascuno nella propria città. Salì dunque anche Giuseppe dalla Galilea, dalla città di Nazareth, verso la Giudea, alla città di Davide che si chiama Betlemme, perché apparteneva alla casa e famiglia di Davide, per farsi registrare con Maria sua sposa, la quale era incinta. Ora accadde che mentre essi erano là, si compì il tempo in cui Maria doveva partorire, e diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era per essi posto nell’albergo. C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse loro: "Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia". E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama". Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: "Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere". Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro.”
Quando Giuseppe e Maria arrivano a Betlemme e Gesù sta per nascere, non c’è posto per loro nell’albergo, cioè nell’essere terrestre dell’uomo. Gesù nasce quindi in una oscura grotta adibita a stalla: il nostro cuore. É l’unico e miserabile ricovero che possiamo offrire a Cristo. Testimoni di questa santa nascita, sono nella grotta il bue e l’asino, cioè la nostra Volontà che fa’ silenzio; e la nostra Ragione limitata e impotente.
Grazie alla nascita della Luce nel nostro cuore, il principio nucleare divino che vi si trova è risvegliato a un Cielo-Terra microcosmico del tutto nuovo. La stella di Betlemme brilla sulla grotta della nascita, un caldo ardore e una pace intensa si riversano in colui nel quale si compie questo santo evento, ed è come se un coro di angeli cantasse: “Pace sulla terra, dolcezza, benessere, beatitudine a tutti gli uomini di buona volontà!”.
Tutte le potenze del bene sono felici che la luce sia nata in un uomo. Si riuniscono per celebrare questo lieto avvenimento.

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I pastori e i tre saggi d’oriente vengono a rendere omaggio al neonato. L’uomo nel quale ha avuto luogo questa nascita constata che una nuova vita incomincia per lui. L’alba di un nuovo giorno risplende all’orizzonte e, a questo punto di una nuova partenza, i tre aspetti della personalità umana, il Pensiero, il Sentimento e la Volontà vengono a Betlemme per ad inchinarsi ed offrire al Principe della Luce l’oro di un cuore aperto e pieno di fede, l’incenso della speranza che fa vivere e la mirra del calice di sofferenza dell’amore purificatore.
É così che la gioia regna sempre in noi e che noi siamo sempre pronti ad offrire l’intero nostro essere alla nuova luce. Noi deponiamo così le prove ai piedi di nostro Signore e Salvatore. Ma un altro personaggio è ugualmente attento alla nascita della luce: Erode! I tre magi hanno informato il re del paese - il nostro io, il custode del fuoco empio - sull’apparizione della nuova stella che brilla sopra la grotta della nuova nascita. Ed Erode, conscio del pericolo che corre la sua regalità, cerca di far morire il bambino.
Le Scritture ci dicono che viene consigliato a Giuseppe - l’aspetto superiore della nostra coscienza e padre del fanciullo - di fuggire in Egitto con il bambino e la madre. Alla coscienza di colui nel quale Gesù è nato sono rivelate le intenzioni di Erode, il Re-Ego, e viene consigliato di fuggire e di evitare di ingaggiare una lotta con sé stessa, poiché l’io è momentaneamente più forte del figlio della luce appena nato. Se combattessimo, irrimediabilmente saremmo vinti, e il bambino ucciso. Noi siamo perciò costretti a fuggire, a fuggire in Egitto per permettere ai nostri pensieri e ai nostri sentimenti e soprattutto alla nostra coscienza di entrare in uno stato di neutralizzazione, d’impassibilità.
Nonostante tutto, Gesù, il Principio della Pace “nasce” a Betlemme ove è avvolto in fasce e riposa in una mangiatoia. La parola “fasce” nasconde un significato simbolico molto profondo. Gesù il portatore di Luce, il Salvatore, non può essere ricevuto da questo mondo, poiché  “La luce brilla nelle tenebre, ma le tenebre non possono riceverla”, per questo nel deserto delle tenebre e dell’ignoranza, appare prima Giovanni Battista per “rendere diritti i cammini”, in noi. Allorché la Luce, la Parola dell’Origine, nasce in noi la natura umana non può ancora comprenderla, quindi bisogna “avvolgerla in fasce”. Questa forma di protezione è l’immagine della “vivificazione della scintilla di Spirito che risiede in noi”.
Le parole e le immagini del vangelo come acqua di sorgente sgorgano dall’unità della Mente e del Cuore, per questo ci parlano spesso di rivelazione della Luce e della Gnosi. Ma la natura non può afferrare l’Unità interiore e la Luce gnostica ci viene rappresentata sotto forma di un “neo-nato”, qualcosa di gracile, fragile che viene a nascere in noi ed è posta in una mangiatoia affinché la sua manifestazione nella materia sia il riscatto di molti. Tutte queste nozioni simboliche appariranno regolarmente nei Vangeli fino all’ultima cena.
La grotta, la stalla della nascita, designa chiaramente il cuore di ogni uomo, in cui dovrà avvenire la nascita dell’Anima nuova:Gesù. Se i nostri Sentimenti diventano puri come quelli di Maria e la Mente, costruttrice, come quella di Giuseppe, allora dalla loro unione avrà luogo questa santa nascita. Ma bisogna che il neonato cresca, ci purifichi e guarisca le ferite delle nostre battaglie causate dall’ignoranza. Comincia così il nuovo cammino verso il Golgotha della grande ricreazione spirituale.

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“Notte Santa, notte silenziosa”
Le parole di questo canto di Natale ci sembrano magari troppo mistiche o sentimentali, ma riflettono inconsciamente una profonda verità. Solo allorquando la notte nera e profonda dell’ignoranza, è messa tacere, pacificata e purificata, può nascere il “Principe della Luce”. Quando lasciamo nella stalla il pensiero umano, deviante e ostinato - l’asino - insieme alle nostre pesanti abitudini della routine quotidiana - il bue - possiamo celebrare in noi la santa Festa della nascita. I Re Magi, cioè, - Il Pensiero, il Sentimento e la Volontà - sono pieni di adorazione e offrono al fanciullo: “l’Oro, l’Incenso e la Mirra”, cioè la nostra - Aurea intellighenzia - le nostre nobili virtù umane, - e la nostra esperienza pratica.
Gli Angeli l’annunciano ai pastori i quali vigilano le loro greggi. È con questa nascita che la Luce Cosmica della Saggezza di Cristo può agire direttamente sul Pensiero, mentre fino a questo momento poteva agire solo mediante l’atomo-spirito.
Tuttavia l’antica natura non è ancora sostituita. La natura umana inferiore reclama sempre i suoi diritti. Il vecchio tenta di eliminare il nuovo entrato (neo-nato). Pensate al massacro degli innocenti! È necessaria una fuga, un periodo di neutralità, fino al momento in cui l’antica natura è così annientata che qualcosa di nuovo può apparire.
Tutto ciò esige lotta e perseveranza. Ogni giorno ci è richiesta sempre più intellighenzia, questa intellighenzia che è la somma di tutto ciò che innumerevoli secoli hanno realizzato in noi. È lei che determina le nostre motivazioni e i nostri approcci interiori. È lei all’inizio la nostra linea direttrice.
S è vero che il racconto della nascita di Gesù a Betlemme presenta, in forma allegorica, la nascita della luce divina in ogni candidato sul cammino che conduce alla rinascita evangelica, è anche vero che l’entrata di questo cammino è spesso ostruita da una gigantesca costruzione d’illusioni e di miraggi mistici, appositamente elevata per smarrire ogni cercatore della luce, per farlo errare e impedirgli di “imitare Cristo”. Un fuoco empio arde ormai da eoni nel cuore del mondo! Ciò che siamo divenuti oggi lo dobbiamo soprattutto a questo fuoco, che noi alimentiamo vivendo di esso, attendendoci tutto da esso. É perché viviamo di questo empio fuoco che la nostra terra è divenuta una anomalia, una contronatura, una imperfezione nel piano divino della creazione, e se non si fa nulla per salvarla, finirà per autodistruggersi. Ma “Dio non lascia perire l’opera delle sue mani” e manda il suo unico figlio, che ha afferrato il cuore del mondo per salvarlo. Lo Spirito di Cristo si è unito al nostro mondo caduto, scendendo fin nel suo cuore, il nucleo incandescente del nostro pianeta, attaccando il fuoco impuro al fine di ridare al mondo la sua Luce. Questa Luce Cristica,  può rigenerare e cambiare il mondo, ma fino a quando gli uomini vivranno del fuoco empio e impuro dell’anima inferiore e non della vera luce di Cristo, questo fuoco continuerà ad ardere e il nuovo Cielo-Terra, il nostro vero campo di vita, non potrà essere realizzato, poiché, lo aumentiamo. Il mondo cambierà e entrerà nel nuovo Cielo-Terra solo quando la luce di Cristo nascerà nel cuore di ogni uomo, cioè al centro di ogni microcosmo umano. Il processo di rigenerazione è possibile solo allorché le forze latenti racchiuse nella

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scintilla divina sono risvegliate dalla luce di Cristo e possono, essere così liberate, per intraprendere nel nostro Essere il loro lavoro rigeneratore. Ciò che è veramente triste è che numerosi sono persuasi che il mondo sia già stato salvato e gli uomini liberati grazie alla nascita di Cristo 2000 anni fa. Ciò è un errore che ha già avuto le sue conseguenze disastrose per l’umanità. Fino a quando ogni cuore umano non sarà animato dalla luce di Cristo, e finché questa luce non illuminerà i cuori umani, il fuoco empio non cesserà di ardere, il mondo e l’umanità rimarranno nella loro maledizione. Solo se accettiamo Cristo con cognizioni di causa, possiamo, per suo tramite, ridivenire figli di Dio. La commemorazione annuale della festa del Natale non ha alcun significato liberatore e la cosa ancor più grave è che, più è snaturata questa festa, più favorisce il mantenimento del “dio di questa mondo”, il fuoco empio. Come veri cristiani gnostici, dobbiamo fare di questa festa della nascita della luce divina, una rinascita microcosmica dell’anima, un grandioso avvenimento. Or allor, una domanda a noi, s’impone: “Come può in noi nascere la luce di Cristo, e in quali uomini?”. La luce di Cristo non può ancora nascere negli uomini che ammettono e accettano pienamente la vita quale l’hanno ricevuta dal fuoco empio, negli uomini che cercano nella vita di quaggiù la loro realizzazione materiale, se ne contentano e vi si trovano anzi felici. La luce di Cristo può nascere solo in un tipo d’uomo, la cui vita quotidiana non lo soddisfa più e per il quale è divenuta un deserto. Egli si vede allora costretto a organizzarvi un’esistenza, ma non riesce a darle un senso. I suoi frutti hanno un gusto amaro e non lo possono appagare. Riconosce che non può sottrarsene, ma sente intuitivamente che la vita deve avere un altro scopo, e lo ricerca con tutto il suo essere. Questa sensazione, questa intuizione, dovuta all’attività interiore della sua anima gli fa provare dei sentimenti e pensieri fino allora sconosciuti, che lo travagliano interiormente al punto che si sente uno straniero sulla terra. Accade infatti che uno sprazzo di luce gli faccia intuire che ci dev’essere un’altra vita, una vita più alta e più degna, che lo chiama. Paralizzata per un attimo la Volontà, la sua Ragione riconosce la sua impotenza ad afferrare i preziosi doni dello Spirito di Dio, così nasce in noi il primo potere:Giovanni il Precursore! “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti i luoghi impervi spianati. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!” “Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non sono degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile".
Il Vangelo dà un nome a questa nascita: la nascita di Giovanni Battista nel grande deserto della vita, colui che annuncia la venuta del Signore, che raddrizza nell’Essere in divenire le sue vie, in altre parole, che prepara il nostro essere alla nascita della Luce. Ciò fa nascere in noi un nuovo desiderio, che il fuoco empio non può più soddisfare, al quale non può più rispondere. All’istante la luce è, penetra nel cuore, e risponde al suo desiderio.
Giovanni rappresenta anche la nascita di una nuova coscienza, acquisita al prezzo di

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numerosi combattimenti e grazie alla scoperta che questo mondo non sarà mai un luogo di pace perfetta come lo hanno fatto risplendere agli occhi della folla. Giovanni dice di sé stesso che non è lui il Salvatore, ma che lo precede, per rendere dritti i suoi cammini, per purificare l’uomo decaduto, per renderlo capace di percorrere la via della santificazione e della guarigione.
É Giovanni il primo potere liberatore che ci viene offerto dalla Gnosi. Questo potere dà il mezzo per poter intraprendere il nuovo lavoro. L’atomo originale non è più addormentato né tanto meno latente. È il focolare che permette di captare le forze.
Diciamo che secondo i racconti biblici devono esservi tre nascite: - quella di Giovanni - l’Uomo naturale che prende coscienza di sé - quella di Gesù - l’Uomo-Anima - e quella di Cristo - l’Uomo-Spirito.
È allora che inizia una nuova serie di esperienze, spesso difficili. Non si tratta più di pene, di errori assurdi del mondo dialettico, ma si tratta del cammino di guarigione, che bisogna intraprendere per raggiungere la fase seguente. Nel corso di questo confronto con la forza di Giovanni progrediamo sempre più nella Coscienza sé, la scoperta di sé e che tutti gli sforzi intrapresi per rimettersi nella buona Via purificano l’uomo.
Tutti coloro che seguono veramente questo processo di rinnovamento lo fanno secondo un proprio ritmo individuale. Si arriva così a conoscere sé stessi. Vediamo sotto la giusta luce le nostre lotte e le nostre prese di posizione, i nostri problemi e le nostre angosce, i nostri passatempi e le nostre consolazioni. Ci liberiamo sempre di più dai nostri numerosi ostacoli, prendiamo le nostre distanze e alla fine un’immensa pace ci pervade. I conflitti così frequenti tra i sentimenti e i pensieri diminuiscono. Cessa anche la lotta ancestrale tra il Cuore e la Mente. Mentre l’unità interiore cresce, il Pensiero simboleggiato dal personaggio Giuseppe e il sentimento, da Maria, si uniscono, si fidanzano e formano una coppia perfetta che contribuirà alla nuova nascita.
In verità ciascuno di noi deve, prima o poi, ritornare al luogo della sua nascita, al luogo della sua origine. A questo proposito le opinioni divergono completamente. Per questo le strade sono ingombrate dalla folla. Non si può né avanzare, né indietreggiare. La bussola può mostrare differenti direzioni illusorie  per ritornare al luogo di origine.
Tuttavia, quando l’ordine perviene a Giuseppe e Maria, che si trovano in Egitto, nuovamente uniti, essi partono in una pace profonda, lontano da ogni agitazione, verso il luogo della loro origine, verso Betlemme, la città di Davide, “poiché Giuseppe apparteneva alla casa della famiglia di Davide.”
Viene spontaneo in questa atmosfera magica evocare l’immagine Giuseppe che conduce il suo asinello a passo tranquillo e la sua donna seduta sopra, vestita di un lungo mantello, persa nelle sue meditazioni del prossimo miracolo. Tale quadro emana la pace e la calma, non lascia intravedere niente del combattimento che lo ha preceduto: la lotta senza quartiere in mezzo ad innumerevoli influenze, per pervenire alla calma, i conflitti interiori incessanti tra le due nature e l’accettazione finale della natura dialettica così come essa è, senza prese di posizioni pro o contro, senza repulsioni, ne attaccamento, senza odio né amore, né fuga, senza un gesto per cambiarla, senza lasciarsi prendere, in un sereno distacco.

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È in questa nuova pace interiore che Giuseppe e Maria partono per Betlemme. Mancano le parole per esprimere la profondità dell’unità interiore che cresce.
È un fenomeno che non appartiene più alla natura ordinaria, per questo è detto che non c’è più posto per loro nell’osteria. Ma Giuseppe e Maria hanno in anticipo la conoscenza di tutto ciò senza che questo le impedisca minimamente di andare verso la futura nascita, in loro, dell’Anima Nuova. Poiché dopo tutto quello che hanno appreso dalla ruota del tempo e dagli eoni, hanno scelto liberamente il cammino di ritorno verso il luogo da dove è caduto un giorno il loro microcosmo, il loro piccolo mondo.
È così che in una ri-conoscenza e in una re-minescenza giornaliera, l’uomo che vuol veramente percorrere il cammino liberatore del portatore di Luce, ritorna a Betlemme, alla casa del pane, per saziarsi del Pane di Vita per un nuovo inizio.
Questa impassibilità, che la luce sviluppa in noi, è un vero tesoro. Il suo primo vantaggio è di creare in noi un nuovo stato di fede, una certezza interiore: la certezza dell’esistenza di un’altra vita, diversa da quella che abbiamo conosciuto fino a quel momento, una vita che sappiamo essere la vera vita.
Custodiamo pertanto preziosamente questa certezza nel più profondo di noi stessi, lontano dagli attacchi dell’io, ed essa si svilupperà lentamente e diventerà forte.
Gesù, l’Anima appena nata è ancora così fragile che dobbiamo metterla al riparo dal dubbio, dalla paura e dall’incredulità che l’io insidiosamente le suggerisce. Se riusciamo a dare a Gesù in noi un asilo sicuro contro gli attacchi dell’Io-Erode, crescerà in pace, nel segreto, diventerà sempre più forte e finirà a un dato momento per prendere in mano la direzione del nostro essere e della nostra vita. È così che Gesù nelle rive del Giordano, incontra Giovanni, per farsi battezzare, riprendere allora, in Cristo, l’iniziativa di ricondurci, quali figli di Dio, nella vera Patria originale. Dopo che Giovanni fu messo in prigione, Gesù si recò in Galilea, predicando il vangelo di Dio e dicendo: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete al vangelo». «Io sono la luce del mondo. Chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita.» «Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà.» «Anche se non credete a me, credete alle opere, affinché sappiate e riconosciate che il Padre è in me e che io sono nel Padre.» «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me!» «Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine.»

Karel Vítězslav Mašek (1865–1927)  
 Alegoric scene, 1913

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Giza Pyramids. Egypt

sabato 27 aprile 2019

J. Evola: «Dioniso e la Via della Mano Sinistra»

Evola considera il Dioniso di Nietzsche in relazione con la cosiddetta «Via della Mano Sinistra», percorso iniziatico che comporta «il coraggio di strappar via i veli e le maschere con cui Apollo nasconde la realtà originaria, di trascendere la forme per mettersi in contatto con l’elementarità di un mondo in cui bene e male, divino e umano, razionale e irrazionale, giusto e ingiusto non hanno più alcun senso».


di Julius Evola
tratto da Ricognizioni. Uomini e problemi, cap. XII, pp. 79 – 85,
Edizioni Mediterranee, Roma 1985

Quali sono tratteggiati nell’esposizione di una delle prime opere, assai suggestiva, di Federico Nietzsche  La nascita della Tragedia  i concetti di Dioniso e di Apollo hanno una scarsa corrispondenza col significato che queste entità ebbero nell’antichità, specie in una loro comprensione esoterica. Ciò nondimeno qui ci rifaremo proprio a quella loro assunzione nietzschiana come punto di partenza, al fine di definire degli orientamenti esistenziali fondamentali. Cominceremo col presentare un mito.
Immerso nella luminosità e nell’innocenza favolosa dell’Eden l’uomo era un beato e un immortale. In lui fioriva l’«Albero della Vita» e lui stesso era questa vita luminosa. Ma ora sorge una nuova, inaudita vocazione: la volontà di un dominio sulla vita, il superamento dell’essere, per il potere di essere e non essere, del Si e del No. A ciò si può riferire l’«Albero del Bene e del Male». In nome di esso l’uomo si stacca dall’Albero della Vita, il che comporta il crollo di tutto un mondo, nel lampeggiamento di un valore che dischiude il regno di colui che, secondo un detto ermetico, è superiore agli stessi dèi in quanto con la natura immortale, a cui questi sono astretti, ha nella sua potenza anche la natura mortale, epperò con l’infinito anche il finito, con l’affermazione anche la negazione (tale condizione fu contrassegnata dall’espressione di «Signore delle Due Nature»).
Ma a questo atto l’uomo non fu sufficiente; lo prese un terrore, da cui fu travolto e spezzato. Come lampada sotto uno splendore troppo intenso  è detto in un testo cabbalistico , come un circuito percosso da un potenziale troppo alto, le essenze si incrinarono. A ciò va rapportato il significato della «caduta» e della stessa «colpa». Allora, scatenate da questo terrore. le potenze spirituali che dovevano essere serve, immediatamente si precipitarono e ghiacciarono in forma di esistenze oggettive autonome, fatali. Sofferta, resa esterna e fuggente a se stessa, la potenza prese le specie di esistenza oggettiva autonoma, e la libertà  l’apice vertiginoso che avrebbe instaurata la gloria di un vivere superdivino  si fece la contingenza indomabile dei fenomeni fra i quali l’uomo vaga, trepida e misera ombra di sé stesso. Si può dire che questa fu la maledizione scagliata dal «Dio ucciso» contro colui che fu incapace di assumerne l’eredità.
Con Apollo, inteso sempre in termini nietzschiani, si sviluppa ciò che deriva da questo venir meno. Nella sua funzione elementare, deve essergli riferita la volontà che si scarica di sé stessa, che non vive più se stessa come volontà, sibbene come «occhio» e come «forma»  come visione, rappresentazione, conoscenza. È appunto l’artefice del mondo oggettivo, il fondamento trascendentale della «categoria dello spazio». Lo spazio, inteso come il modo dell’esser fuori, come ciò per cui le cose non sono più vissute in funzione di volontà bensì sotto le specie di immagini e di visività, è l’oggettivazione primordiale della paura, dell’incrinarsi e dello scaricarsi della volontà: trascendentalmente, la visione di una cosa è la paura e la sofferenza riguardanti quella cosa. E il «molteplice», l’indefinita divisibilità proprie alla forma spaziale ne riconfermano il significato, riflettendo appunto il venir meno della tensione, il disgregarsi dell’unità dell’atto assoluto [1].
Ma come l’occhio non ha coscienza di sé, se non in funzione di ciò che esso vede, del pari l’essere, reso esteriore a sé stesso dalla funzione «apollinea» dello spazio, è essenzialmente dipendente, legato: è un essere che si appoggia, che trae da altro la propria consistenza. Questo bisogno di appoggio genera la «categoria del limite»: la tangibilità e solidità delle cose materiali ne sono l’incorporazione, quasi la sincope stessa della paura che arresta l’essere insufficiente sul limitare del mondo «dionisiaco». Perciò la si potrebbe chiamare il «fatto» di questa Paura, di cui lo spazio è l’atto. Come caso particolare del limite, si ha la legge. Mentre colui che è da sé stesso non ha paura dell’infinito, del caos, di ciò che i Greci chiamavano l’apeiron, perché anzi vi vede riflessa la propria natura più profonda di ente sostanziato di libertà, colui che trascendentalmente viene meno ha orrore per l’infinito, fugge da esso e cerca nella legge, nella costanza delle sequenze causali, nel prevedibile e nell’ordinato un surrogato di quella certezza e di quel possesso da cui è decaduto. La scienza positiva e ogni morale potrebbero, in un certo senso, rientrare in una non diversa direzione.
La terza creatura di «Apollo» è la finalità. Per un dio, il fine non può avere alcun senso, dato che egli fuori di sé non ha nulla  né un buono, né un vero, né un razionale, piacevole o giusto  da cui trarre norma ed essere mosso, ma buono, vero, razionale, piacevole e giusto si identificano con ciò che egli vuole, semplicemente in quanto lo vuole. In termini filosofici, si può dire che della sua affermazione, la «ragion sufficiente» è l’affermazione stessa.
Invece gli esseri esteriori a sé stessi per agire hanno bisogno di una correlazione, di un movente dell’azione o, per meglio dire, della parvenza, di un movente dell’azione. Infatti in casi decisivi, fuori da contesti banalmente empirici, l’uomo non vuole una cosa perché la trova, ad esempio, giusta o razionale, ma la trova giusta e razionale semplicemente perché la vuole (la stessa psicanalisi ha dato, a tale riguardo, alcuni contributi validi). Ma di scendere nelle profondità in cui il volere o l’impulso nudamente si afferma, egli ha paura. Ed ecco che la prudenza «apollinea» preserva dalla vertigine di qualcosa che possa accadere senza avere una causa e uno scopo, ossia unicamente per sé stessa, e secondo lo stesso movimento con cui liberò la volontà in una visività, fa ora apparire, attraverso le categorie della «causalità» e della cosiddetta «ragion sufficiente», le affermazioni profonde in funzione di scopi, di utilità pratiche, di motivi ideali e morali che le giustifichino, su cui si appoggino.
Così tutta la vita della gran massa degli uomini prende il senso di un fuggire dal centro, di una volontà di stordirsi e di ignorare il fuoco che arde in loro e che essi non sanno sopportare. Tagliati fuori dall’essere, essi parlano, si agitano, si cercano, si amano e si accoppiano in richiesta reciproca di conferma. Moltiplicano le illusioni e così erigono una grande piramide di idoli: è la costituzione della società, delle moralità, delle idealità, delle finalità metafisiche, del regno degli dèi o di una tranquillizzante provvidenza, per supplire all’inesistenza di una ragione centrale, di un significato fondamentale. Tutte «macchie luminose a soccorso dell’occhio offeso per aver fissato nell’orribile tenebra»  per usare le parole di Nietzsche.
Ora l’altro  l’oggetto, la causa, la ragione, ecc.  non esistendo in sé, essendo soltanto una apparizione simbolica del deficiere della volontà a sé stessa, con l’atto in cui questa chiede ad altro la sua conferma, in realtà va solo a confermare la sua stessa deficienza [2]Così l’uomo vaga, simile a colui che insegue la propria ombra, eternamente assetato e eternamente deluso, creando e divorando incessantemente forme che «sono e non sono»(Plotino). Così la «solidità» delle cose, il limite apollineo, è ambiguo; esso viene meno alla presa e rimette ricorrentemente ad un punto successivo la consistenza che esso sembrava garantire e con cui lusingava il desiderio e il bisogno. Donde, oltre quella dello spazio, la categoria del tempo, la legge di un divenire di forme che sorgono e si dissolvono  indefinitamente , perché per un solo istante di arresto, per un solo istante in cui non agisse, non parlasse, non desiderasse, l’uomo sentirebbe crollare tutto. Così la sua sicurezza fra le cose, le forme e gli idoli è spettrale quanto quella di un sonnambulo che va sull’orlo di un abisso [3].
Tuttavia questo mondo può non essere l’ultima istanza. Non avendo infatti radice in altro, essendone soltanto l’Io il responsabile e tenendone egli entro di sé le cause, egli ha in via di principio la possibilità di operarne la risoluzione. Così è attestata una tradizione riguardante la grande Opera, la creazione di un «secondo Albero di Vita». Questa è l’espressione usata da Cesare della Riviera, nel suo libro Il mondo magico degli Heroi (2a ed. Milano, 1605), dove tale compito è associato alla «magia» e in genere alla tradizione ermetica e magica. Ma in questo contesto è interessante considerare ciò che è proprio alla cosiddetta «Via della Mano Sinistra». Essa comporta il coraggio di strappar via i veli e le maschere con cui «Apollo» nasconde la realtà originaria, di trascendere la forme per mettersi in contatto con l’elementarità di un mondo in cui bene e male, divino e umano, razionale e irrazionale, giusto e ingiusto non hanno più alcun senso.
Nel contempo, essa comporta il saper portare all’apice tutto ciò da cui il terrore originario è esasperato e che il nostro essere naturalistico e istintivo non vuole; saper rompere il limite e scavare sempre più profondamente, alimentando la sensazione di un abisso vertiginoso, e consistere, mantenersi nel trapasso, da cui altri sarebbero spezzati. Da qui la possibilità di stabilire una connessione anche col dionisismo storico, a tale riguardo entrando in questione non quello «mistico» e «orfico», bensì quello tracio, che ebbe alcuni aspetti selvaggi, orgiastici e distruttivi. E se Dioniso si rivela nei momenti di crisi e di crollo della legge, anche la «colpa» può rientrare in questo campo esistenziale; in essa il velo apollineo si squarcia e, messo di faccia alla forza primordiale, l’uomo giuoca la partita della sua perdizione o del suo farsi superiore a vita e a morte. È interessante che il termine tedesco per delitto comprenda il significato di uno spezzare (ver-brechen).
Un atto lo si può continuare a chiamare colpevole in quanto è un atto di cui si ha paura, che non ci si sente di poter assumere assolutamente, per cui si viene meno ad esso, che incoscientemente giudichiamo essere qualcosa di troppo forte per noi. Ma una colpa attiva, positiva. ha qualcosa di trascendente. Novalis ebbe a scrivere: Quando l’uomo volle divenire Dio, egli peccò, quasi che questa ne fosse la condizione. Nei misteri mithriaci la capacità di uccidere o di assistere impassibili ad una uccisione (anche se simulata) costituiva una prova iniziatica. Allo stesso contesto potrebbero essere riportati certi aspetti dei riti sacrificali, quando la vittima veniva identificata con la stessa divinità, eppure il sacrificatore doveva abbatterla affinché, superiore alla maledizione e alla catastrofe, in lui  ma anche nella comunità che in lui magicamente convergeva  si liberasse e passasse l’assoluto: la trascendenza nella tragicità del sacrificio e della colpa.
Ma l’atto può anche portarsi su sé stessi, in alcune varietà della «morte iniziatica». Far violenza alla vita in sé, nell’evocazione di qualcosa di elementare. Così la via che in alcune forme dello yoga tantrico si apre a «kundalini» viene chiamata quella in cui «divampa il fuoco della morte». L’atto tragico del sacrificatore qui si interiorizza e diviene la pratica con la quale la stessa vita organica nella sua radice viene privata d’ogni appoggio, viene sospesa e trascinata di là da sé lungo la «Via Regia» della cosiddetta sushumnâ, «divoratrice del tempo».
È noto che storicamente il dionisismo ha potuto associarsi a forme di scatenamento frenetico, distruttivo e orgiastico, come nel tipo classico della baccante e del baccante (Dioniso = Bacco), della menade e del coribante. Ma qui è difficile separare ciò che può rifarsi alle esperienze dianzi accennate, da fenomeni di possessione, di invasamento, specie quando non si tratta di forme istituzionalizzate e legantesi ad una tradizione. Comunque è sempre da ricordare che qui ci si trova sulla linea della «Via della Mano Sinistra», la quale costeggia gli abissi, e andar sulla quale, è detto in alcuni testi, rassomiglia all’andare su di un fil di spada. Il presupposto, sia nel campo della visione (aprovvidenziale) della vita, sia di questi comportamenti è la conoscenza del mistero della trasformazione del veleno in farmaco, la quale costituisce la forma più alta dell’alchimia.
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Note:

[1] In questo contesto si potrebbe ricordare la teoria di Henri Bergson, il quale spiega lo spazio appunto come «il disfarsi di un gesto», con un processo inverso a quello onde molteplici elementi in uno slancio sono raccolti e fusi insieme e in una semplicità qualitativa.
[2] A ciò si potrebbe associare il senso più profondo della dottrina patristica, secondo la quale il corpo, il veicolo materiale, sarebbe stato creato al momento della «caduta» onde impedire l’ulteriore precipitare delle anime (cfr. per es. ORIGENE, De princip., I, 7, 5). Apollo è un tale dio prudente. Inoltre si pensi ad una paralisi dovuta ad uno spavento: è come un ritrarsi, un gettarsi indietro dell’Io, per via del quale ciò che era dominato e compreso organicamente come un corpo vivo e pulsante si fa cosa inerte, rigida, estranea. Il mondo oggettivo è il nostro «grande corpo» paralizzato  congelato o fissato dalla condizione del limite, attraverso la paura.
[3] Cfr. C. MICHELSTAEDTER, La persuasione e la retorica, parte II e passim.

“The psychotic drowns in the same waters in which the mystic swims with delight.” 
― Joseph Campbell, Psychology of the Future: Lessons from Modern Consciousness Research

“Theologians may quarrel, but the mystics of the world speak the same language.” 
― Meister Eckhart

Selected plates from “Sylva Philosphorum” (17th Century), as published in “Alchemy: The Secret Art” by Stanislas Klossowski de Rola.









Phi in the human body

1.- Introduction

Marcus Vitruvius Pollio, Roman architect (c. 25 B.C.), remarked a similarity between the human body and a perfect building: "Nature has designed the human body so that its members are duly proportioned to the frame as a whole." He inscribed the human body into a circle and a square, the two figures considered images of perfection. It is widely accepted that the proportions in the human body follow the Golden Ratio. In this article we will review some studies on the subject. We will show the nineteenth century findings of the Golden Ratio in the human body by Adolf Seizing, actually approximated by a Fibonacci sequence of measures. Then we will examine the Golden proportions of the human body proposed by architects Erns Neufert and Le Corbusier in the twentieth century. Finally we will show how a common study with a german and an indian population samples confirmed the presence of the Golden Ratio in some proportions of the human body.





2.- Golden proportions in the human body found by Adolf Zeising

Adolf Zeising's main interests, back in the nineteenth century, were mathematics and philosophy. But after having retired he began his researches on proportions in nature and art. In the field of botany, he discovered the Golden Ratio in the arrangement of branches along the stem of plants, and of veins in leaves. From this starting point he extended his researches to the skeletons of animals and the branchings of their veins and nerves, to the proportions of chemical compounds and the geometry of crystals, etc., and finally to human and artistic proportions. The title of his first publication in 1854 declares his program: New theory of the proportions of the human body, developed from a basic morphological law which stayed hiherto unknown, and which permeates the whole nature and art, accompanied by a complete summary of the prevailing systems [1]. That universal law was, in efect, the Golden Ratio. There he presents his own proportional analyses of the human body (Figure 1).
Zeising divides the total height of a man's body into four principal zones: top of head to shoulder, shoulder to navel, navel to knee, and knee to base of foot. Each zone is further subdivided into five segments, which are arranged symmetrically within each zone: either following the pattern ABBBA or the pattern ABABA, but always summing up 2A+3B. By the way, the 3/2 proportion in each zone is a Perfect Fifth in the equal temperament musical scale. Is music involved in the design of our own body?
On the right of Figure 1 you can see the Golden proportions present in each of the segments, and between them, at different scales. Zeising's proportions of the human body are a beautiful example of how Nature closely approximates the Golden Ratio by means of a Fibonacci sequence of measures. Zeising erroneusly substitutes 90 for 89 in his measures, but we have used the exact value in the following calculations. The Fibonacci numbers present in his scheme, explicitly (green) or implicitly as grand totals (magenta), are the following:
Grouping consecutively each pair of adjacent measures one obtains an iterated division of the big segment (987) into consecutive Fibonacci numbers that closely approximate the Golden Ratio (Figure 2a). This reminds us the power of the Golden Ratio for consecutively dividing a segment with simple additions and substractions after the first split (Figure 2b). This sequence of Golden Ratio divisions also reminds us of the fractal nature behind the design of our body, because the same Golden proportion is repeated at all scales. 

3.- The Golden proportions proposed by architects Neufert and Le Corbusier

In the twentieth century the architect Erns Neufert (1900-1986) propagated the Golden Ratio as the architectural principle of proportion in the human body. Neufert did not strictly follow Zeising's human Fibonacci proportions, but introduces the exact Golden Ratio instead [2] (Figure 3). For him, the Golden section also provides the primary link between all harmonies in architecture.

There is another great system of body proportions of the 20th century known as the Modulor, proposed by Le Corbusier (1887-1965). In his manifesto Vers une architecture, he presents the Golden Ratio as a natural rhythm, inborn to every human organism. For details on the historical origin and developement of Modulor I and II systems you can examine the excellent summary by architect Manel Franco [3]. Figure 3 shows the essential proportions proposed by Le Corbusier for the human body:
In his final version, the Modulor II system proposes two Golden progressions of measures for the human body (Figure 4a). Returning to the style of Zeising, these progressions are actually two Fibonacci sequences of measures (Figure 4b). That is to say, each measure is obtained by the sum of the two preceding ones. Therefore, the ratio of any pair of consecutive values in these progressions closely approximates the Golden Ratio.

4.- A field study

T. Antony Davis, from the Indian Statistical Institute (India) and Rudolf Altevogt, from the Zoologisches Institut der Universitat (Germany) conducted a study where they measured 207 german students and 252 youg men from Calcutta [4]. The measures taken A, B, C, D and E are shown in Figure 5a. In their results, they were able to confirm that the total height of the body and the height from the toes to the navel are in Golden Ratio (ratios D/C and E/D). Figure 5b summarizes their main results. They obtained the almost perfect value of 1.618 in the German sample (this value held for both girls and boys of similar ages) and the slightly different average value 1.615 in the Indian sample.

5.- References

[2] Neufert, Ernst: Architects Data.
[4] T. Antony Davis and Rudolf Altevogt, "Golden Mean of the Human Body
And after these things I saw four angels standing on the four corners of the earth, holding the four winds of the earth, that the wind should not blow on the earth, nor on the sea, nor on any tree.
And I saw another angel ascending from the east, having the seal of the living God: and he cried with a loud voice to the four angels, to whom it was given to hurt the earth and the sea,
Saying, Hurt not the earth, neither the sea, nor the trees, till we have sealed the servants of our God in their foreheads.
Revelation 7:1-3 (KJV) 

mercoledì 24 aprile 2019

Face of a Queen

Face of a Queen

Fragment of the Face of a Queen, from Tell el-Amarna (Akhetaten). Yellow jasper, 13 x 12.5 x 12.5 cm. Amarna Period, New Kingdom, 18th Dynasty, reign of Akhenaten, ca. 1353-1336 BC. Now in the Metropolitan Museum of Art.
grandegyptianmuseum: Face of a Queen Fragment of the Face of a Queen, from Tell el-Amarna (Akhetaten). Yellow jasper, 13 x 12.5 x 12.5 cm. Amarna Period, New Kingdom, 18th Dynasty, reign of Akhenaten, ca. 1353-1336 BC. Now in the Metropolitan Museum of Art.

Pharaoh Akhenaten

Pharaoh Akhenaten, from Amarna

Ushabti of Tutankhamun

Ushabti of Tutankhamun

Let yourself become living poetry.
Rumi
“Belief in reincarnation exists in the Druze faith, an offshoot of Ismailism. The Druze believe that members of their community can only be reincarnated within the community. It is also known that Druze believe in five cosmic principles, represented by the five-colored Druze star: intelligence/reason (green), soul (red), word (yellow), precedent (blue), and immanence (white). These virtues take the shape of five different spirits… have been continuously reincarnated on Earth as prophets and philosophers including Adam, the ancient Greek mathematician and astronomer Pythagoras, the ancient Pharaoh of Egypt Akhenaten, and many others. The Druze believe that, in every time period, these five principles were personified in five different people who came down together to Earth to teach humans the true path to God and enlightenment, but that with them came five other individuals who would lead people away from the right path into “darkness.” 
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Al-Hakim Mosque in Cairo, Egypt, an Ismāʿīlī Imām and Fatimid Caliph. -wiki